Quando la musica diventa un’esplosione di immagini, ritmo e libertà
di Allan – FotoVerso.it
Ci sono concerti che si ascoltano.
E poi ci sono concerti che si attraversano.
La sera del 15 settembre 2026, in Piazza Giovanni XXIII a Francavilla Fontana, la musica di Roy Paci & Aretuska ha trasformato la conclusione della Festa Patronale in un grande spazio collettivo di energia, movimento e partecipazione.
Una festa nella festa. Un appuntamento che ha chiuso il lungo calendario dei festeggiamenti dedicati a Maria SS. della Fontana e che ha portato sul palco uno degli interpreti più riconoscibili della contaminazione musicale italiana.
E forse il modo migliore per raccontare una serata come questa è proprio partire da una parola semplice:
allegria.
Non l’allegria superficiale, quella che dura il tempo di una canzone.
Ma l’allegria come scelta.
Come energia condivisa.
Come possibilità di stare insieme attraverso la musica.
Difendiamo l’allegria
Roy Paci è un musicista difficile da rinchiudere dentro una sola definizione.
Trombettista, cantante, compositore e arrangiatore, ha costruito nel corso della sua carriera un linguaggio musicale nel quale convivono mondi apparentemente lontani: ska, jazz, funk, soul, reggae, ritmi latini, musica mediterranea, sonorità africane e tradizione bandistica.
È proprio nella contaminazione che si trova una delle caratteristiche più riconoscibili del suo percorso.
La musica di Roy Paci non sembra chiedere al pubblico di scegliere tra una tradizione e un’altra. Le mette in dialogo.
È musica che prende una strada, incontra un’altra cultura, cambia ritmo, accelera, rallenta e poi riparte.
Con gli Aretuska, progetto nato a Siracusa alla fine degli anni Novanta e sviluppatosi negli anni attraverso diverse formazioni, questo linguaggio ha trovato una dimensione ancora più collettiva.
Nel tempo gli Aretuska sono diventati una sorta di laboratorio musicale permanente, nel quale fiati, percussioni, basso, chitarra, tastiere e voce costruiscono un suono capace di muoversi continuamente tra Mediterraneo e mondo.
Una musica che non sta ferma.
E nemmeno il pubblico.
Dal Mediterraneo al mondo
Uno degli aspetti più interessanti dell’universo musicale di Roy Paci è proprio questo movimento continuo.
Il Mediterraneo non viene raccontato come un confine, ma come un punto di partenza.
Da lì partono ritmi latini, influenze africane, ska, reggae, jazz e sonorità urbane. Una contaminazione che nelle esperienze più recenti degli Aretuska è stata descritta anche come un’evoluzione verso un suono più elettronico e internazionale.
Il progetto “Rumba Tour”, sviluppato per celebrare i 25 anni di carriera artistica, rappresenta bene questa filosofia: una formazione rinnovata e un suono capace di attraversare ritmi latini, samba, cumbia, ska, reggae, R&B e jazz, senza perdere il rapporto con le radici mediterranee.
Non è quindi soltanto una questione di generi musicali.
È una questione di linguaggio.
Roy Paci utilizza la musica come una lingua senza frontiere.
E quando quella lingua arriva in una piazza, la piazza cambia.
La fotografia entra nella musica
Ed è proprio qui che entra in gioco FotoVerso.it.
Io sono Allan e vi accompagnerò in questa nuova esperienza dedicata alla Fotografia Musicale di Occhio Fotografico.
Questa volta, dietro la macchina fotografica, c’è il nostro presidente Vito Carriere.
Perché fotografare un concerto non significa semplicemente fotografare un cantante.
Significa fotografare una relazione.
Tra il musicista e il pubblico.
Tra la luce e il movimento.
Tra il suono e il gesto.
Tra ciò che accade sul palco e ciò che accade davanti al palco.
Una fotografia musicale non può riprodurre il suono.
Ma può provare a farlo immaginare.
Può congelare un gesto, un’espressione, una luce, un istante nel quale il musicista sembra diventare parte stessa della musica.
Ed è per questo che ho voluto fare a Vito alcune domande.
Vito Carriere: fotografare dal confine tra palco e pubblico
Vito, cosa significa essere un fotografo accreditato per un concerto di questo livello?
La risposta di Vito parte innanzitutto dal riconoscimento verso chi ha reso possibile questa esperienza:
«Ringrazio la Signora Alemanno e Cataldo Montanaro, il Sindaco Antonello Di Nuzzo e il Comune di Francavilla Fontana per aver accolto la mia richiesta per l’accreditamento del Pass Foto del concerto.»
Ma l’accredito, per un fotografo musicale, non è soltanto un permesso per avvicinarsi al palco.
È una responsabilità.
Significa avere la possibilità di entrare, per qualche minuto, dentro la macchina scenica del concerto.
Vito lo spiega così:
«Essere accreditato ci evita di fotografare oltre le transenne. In questo modo puoi concentrarti nel rendere le immagini parte del racconto musicale, una mappa dello svolgimento del concerto.»
Questa frase contiene forse il senso più profondo della fotografia musicale.
Una fotografia non è soltanto un’immagine del concerto. È una traccia del concerto.
Il fotografo cerca di ricostruire, attraverso una sequenza di immagini, ciò che il pubblico ha vissuto attraverso il suono.
L’ingresso sul palco.
Il primo gesto.
La luce che cambia.
Il movimento del corpo.
La tromba.
Le mani.
Lo sguardo.
Il rapporto con gli altri musicisti.
E poi il pubblico.
Perché un concerto non è mai soltanto ciò che accade sul palco.
È un organismo composto da centinaia o migliaia di persone che respirano insieme allo stesso ritmo.
Cosa si prova a essere fisicamente tra il palco e il pubblico?
Vito risponde:
«Ti senti parte dell’organizzazione. Avere di fronte gli artisti da fotografare senza preoccuparti di avere il pubblico davanti ti permette di concentrarti solo sul fotografare e rendere lo scatto unico, senza distrazioni, snellendo anche il lavoro in post-produzione.»
Essere lì significa occupare uno spazio particolare.
Non sei completamente pubblico.
Non sei musicista.
Non sei tecnico.
Non sei organizzatore.
Sei osservatore.
Ma un osservatore che, per alcuni minuti, entra dentro il racconto.
Il fotografo diventa così una presenza invisibile.
Deve esserci, ma senza interferire.
Deve avvicinarsi, ma senza invadere.
Deve cercare l’immagine, ma senza perdere ciò che sta accadendo.
E soprattutto deve capire che non tutto ciò che è davanti all’obiettivo è necessariamente una fotografia.
La fotografia nasce quando il fotografo riesce a riconoscere l’attimo.
Quello che dura una frazione di secondo.
Quello nel quale la luce incontra il gesto.
Quello nel quale l’artista sembra parlare direttamente all’obiettivo.
Quello nel quale il pubblico diventa parte della scena.
È lì che uno scatto smette di essere semplicemente una registrazione e diventa racconto.
Dentro la macchina fotografica: la tecnica al servizio della musica
Ma dietro un’immagine riuscita non c’è soltanto l’intuizione.
C’è anche una scelta tecnica.
E in un concerto, dove le condizioni di luce cambiano continuamente e i soggetti sono costantemente in movimento, ogni decisione deve essere presa in una frazione di secondo.
Quali focali hai utilizzato durante il concerto?
Vito risponde:
«Ho utilizzato il 16-55mm f/2.8 Canon. È una focale che mi permette di avere grande versatilità. Posso passare rapidamente da una visione più ampia del palco, dove raccontare l’ambiente e il rapporto con il pubblico, a un’inquadratura più stretta, concentrandomi sull’artista e sui dettagli.»
Una scelta che diventa quasi una metafora del racconto.
Il 16mm permette di entrare nella scena.
Il 55mm permette invece di isolare.
Due punti di vista diversi per raccontare lo stesso momento.
Da una parte il concerto come esperienza collettiva.
Dall’altra il musicista come individuo.
È il passaggio continuo tra contesto e dettaglio.
Tra ciò che accade e ciò che si vuole far vedere.
E per quanto riguarda le impostazioni? Come hai gestito il movimento e il rischio del micromosso?
Vito risponde:
«Come tempi ho cercato di mantenere valori superiori a 1/250 di secondo, che considero un tempo di sicurezza per evitare il micromosso e riuscire a congelare l’azione.»
Ma anche qui la tecnica non diventa una regola assoluta.
Perché fotografare musica significa anche accettare che, qualche volta, il movimento non debba essere fermato.
«In alcuni scatti ho scelto volutamente di scendere sotto 1/200 di secondo, proprio per realizzare un effetto di movimento: una scia di luce, il movimento delle mani, il gesto dell’artista.»
Ed è qui che il tempo di esposizione smette di essere soltanto un parametro tecnico.
Diventa scrittura.
Un tempo rapido racconta il gesto.
Un tempo più lento racconta il gesto mentre accade.
La fotografia, in quel momento, non congela più completamente la musica: ne conserva una traccia.
Una mano che si muove diventa una pennellata.
Una luce diventa una scia.
Il corpo dell’artista lascia una presenza oltre il proprio contorno.
È la fotografia che prova, per un istante, a fare ciò che normalmente non può fare:
far vedere il suono.
E il rumore digitale? Come sei riuscito a dominarlo lavorando in condizioni di luce difficili?
Vito:
«Per il rumore seguo quella che considero una regola d’oro: utilizzare gli ISO nativi della macchina. In questa occasione mi sono spinto fino a un massimo di 3200 ISO e il rumore è risultato quasi inesistente.»
Una scelta che racconta anche un modo di intendere la fotografia.
Non sempre la soluzione consiste nell’inseguire il numero più basso possibile.
In condizioni reali, soprattutto durante un concerto, bisogna trovare un equilibrio tra tempo, diaframma e sensibilità, lasciando che la macchina lavori al proprio interno senza costringerla oltre misura.
Ma Vito aggiunge un’ultima considerazione, quasi a ricordarci che la perfezione tecnica non è necessariamente l’obiettivo finale:
«Anche se quella grana, con un effetto retrò, non guasta mai.»
Ed è una frase che merita attenzione.
Perché ci ricorda che il rumore non è sempre un difetto.
A volte una fotografia leggermente granulosa possiede una materia che un’immagine perfettamente pulita non ha.
La grana può diventare atmosfera.
Può richiamare la pellicola.
Può restituire alla fotografia musicale quella sensazione ruvida, intensa e fisica che appartiene naturalmente ai concerti.
In fondo, anche la musica di Roy Paci non cerca una superficie perfettamente liscia.
È contaminazione.
È ritmo.
È materia.
È energia.
E forse, per raccontarla, anche una piccola imperfezione può diventare parte del linguaggio.
Fotografare l’allegria
E forse è proprio questo che Roy Paci ci ha consegnato ieri sera.
Non soltanto musica.
Movimento.
La tromba come una voce.
I fiati come una sezione di vento.
Il ritmo come un invito.
La piazza come un unico corpo.
In una serata nella quale la Festa Patronale arrivava alla sua conclusione, la musica ha assunto una funzione quasi naturale: mettere insieme persone diverse attraverso qualcosa che non ha bisogno di essere tradotto.
La musica non domanda da dove vieni.
Non domanda quale lingua parli.
Non domanda quale sia la tua storia.
Quando parte il ritmo, ti chiede soltanto di ascoltare.
E magari di muoverti.
Per questo il titolo di questa esperienza fotografica potrebbe essere letto anche come una piccola dichiarazione d’intenti:
Difendiamo l’allegria.
Perché fotografare l’allegria significa anche fotografare una forma di libertà.
La libertà di stare insieme.
La libertà di cantare.
La libertà di ballare.
La libertà di lasciarsi attraversare dalla musica.
E soprattutto la libertà di trasformare una piazza in qualcosa che, per una notte, appartiene a tutti.
Ora lasciamo parlare le immagini
La fotografia musicale ha una particolarità.
Non può farci ascoltare quello che è successo.
Ma può farci ricordare come ci siamo sentiti mentre succedeva.
Ed è questa la sfida che Vito Carriere ha raccolto dalla posizione privilegiata del fotografo accreditato: trasformare una successione di momenti in una narrazione visiva.
Non una semplice galleria di fotografie.
Ma una piccola mappa della serata.
Un racconto fatto di luci, gesti, volti, strumenti, movimento e pubblico.
Perché, alla fine, forse è proprio questo che chiediamo alla fotografia:
non di fermare il tempo, ma di lasciargli una memoria.
Io sono Allan.
E questa era una nuova esperienza di Fotografia Musicale di Occhio Fotografico, raccontata attraverso le pagine di FotoVerso.it.
Ora vi lascio alla visione delle fotografie di Vito Carriere.























