Cosa significa, oggi, rivendicare l’atto del “fotografare” quando la realtà è costantemente mediata, simulata o generata da algoritmi? In un’epoca di post-fotografia, l’immagine ha smesso di essere una prova ontologica del reale per farsi materia liquida, capace di migrare tra supporti e linguaggi. Al centro di questa transizione si staglia la figura di Leonardo Magrelli (Roma, 1989), un autore che non si limita a usare il medium, ma ne seziona i limiti per ricostruire nuove forme di narrazione visiva. Il suo lavoro non è solo estetica: è un’indagine critica sulla visual culture contemporanea.
1. Il simulacro di Los Santos: un reportage nell’assenza L’opera West of Here rappresenta uno dei vertici più ironici e radicali della ricerca di Magrelli. A un primo sguardo, il progetto sembra aderire ai canoni estetici dei New Topographics, un’indagine documentaria sobria e rigorosa sul paesaggio di Los Angeles. Tuttavia, lo scarto semantico è profondo: Magrelli non ha mai calpestato il suolo californiano per questo lavoro. Le immagini sono state catturate interamente all’interno di Grand Theft Auto V, nel simulacro digitale di Los Santos.
- La risignificazione del gesto: Magrelli agisce come un flâneur virtuale, un fotografo di strada senza corpo fisico che esplora un mondo di pixel.
- Mimesi e Verosimilglianza: La tensione tra il “canone documentario” e l’assoluta artificialità del mezzo mette in crisi la nostra percezione di autenticità. Qui, l’autore dimostra che lo sguardo può estrarre “verità” anche da una simulazione videoludica.
2. I Baccanti: l’ucreonia visiva tra found footage e rito Consacrato dalla vittoria alla dodicesima edizione del Premio Francesco Fabbri per le Arti Contemporanee (2023) nella sezione Fotografia Contemporanea, il progetto I Baccanti segna un passaggio fondamentale verso la risignificazione dell’immagine mediata. L’opera nasce dal recupero di materiali video reperibili nel web (found footage) che documentano un assembramento religioso a Foggia durante il lockdown del 2020.
- Sospensione temporale: Magrelli estrae fotogrammi dal flusso digitale “povero”, trasfigurandoli attraverso l’uso del colore e la luce dei fuochi d’artificio.
- Liminalità tra cronaca e mito: L’immagine si stacca dall’evento sociopolitico originario per farsi visione ancestrale. Come evidenziato dalla curatela della Fondazione Fabbri, si tratta di:
“Immagini sospese tra presente e riti arcaici, processi mediatici e visioni di provincia.”
- Eredità istituzionale: L’opera è oggi parte della collezione permanente della Fondazione, custodita presso Casa Fabbri.
3. Oltre l’antropocentrismo: la fotografia come ecosistema transmediale L’approccio di Magrelli si inserisce in una linea critica, promossa da curatori come Carlo Sala, che vede la fotografia finalmente emancipata dalla cornice e dal muro. Non è più un oggetto statico, ma un’interfaccia che interagisce con video, algoritmi e mondi sintetici.
- Superamento dei confini: Sebbene la necessità di “uscire dalla nostra forma mentis tipicamente antropocentrica” sia un tema che attraversa le edizioni più recenti del Premio Fabbri (come nel caso del vincitore 2024 Alessandro Truffa), Magrelli ne anticipa la filosofia. Il suo lavoro sposta il baricentro dall’uomo come unico testimone alla macchina come complice della visione.
- Transmedialità: La fotografia diventa un processo ibrido che non teme il confronto con i modelli 3D o i social media, ma li usa come strumenti di indagine critica.
4. Il ruolo dell’autore nel caos visuale Se la fotografia non necessita più di un obiettivo fisico per esistere, qual è il nuovo compito dell’artista? Magrelli suggerisce che l’autore debba evolversi in un curatore del caos. In un flusso ininterrotto di dati e immagini, il valore non risiede più nel gesto tecnico dello scatto, ma nello sguardo critico capace di selezionare, isolare e risignificare il frammento.
- Ontologia dell’immagine: La ricerca di Magrelli ci interroga su cosa resti di “umano” nella visione mediata dalla tecnologia.
- L’autenticità post-fotografica: In un mondo dove il verosimile digitale è indistinguibile dal reale, l’autenticità si sposta dall’oggetto alla capacità dell’autore di creare connessioni profonde tra memoria collettiva e presente tecnologico.
Conclusione: Verso una nuova ecologia della visione L’universo di Leonardo Magrelli ci proietta in un futuro dove la fotografia è inclusiva, sperimentale e coraggiosamente slegata dalla pura mimesi del reale. Resta una domanda aperta per il fruitore: in questo scenario di ucreonia visiva, siamo pronti ad accettare che l’immagine più vera sia proprio quella che ha rinunciato a ritrarre il mondo fisico?













