Ci sono fotografi che cercano l’eccezionale e fotografi che riescono a trovarlo proprio dove apparentemente non c’è nulla di speciale.
Piero Percoco appartiene decisamente alla seconda categoria.



Nato in Puglia nel 1987 e cresciuto nella provincia barese, Percoco ha costruito negli anni un linguaggio fotografico immediatamente riconoscibile, nato dall’osservazione insistente e quasi istintiva del proprio territorio. La sua fotografia prende forma nelle strade, sulle spiagge, nelle case, durante le feste, nei momenti di pausa e nelle situazioni più ordinarie della vita quotidiana. È proprio lì che il fotografo riesce a individuare qualcosa di inatteso: un gesto, una postura, un colore, una luce o una combinazione casuale di elementi capaci di trasformare la normalità in una scena quasi surreale.
La quotidianità come territorio da esplorare
Il lavoro di Percoco può essere letto come una sorta di indagine antropologica sul Sud Italia.
Non si tratta, però, di una fotografia documentaria tradizionale. Le sue immagini non sembrano voler spiegare la Puglia, né costruire una cartolina del Mezzogiorno. Piuttosto, raccontano l’esperienza di viverla: i corpi, le abitudini, le feste, il mare, le famiglie, gli oggetti, la religiosità popolare, la convivialità e quella particolare teatralità che spesso appartiene alla vita di provincia.
Il risultato è un Sud lontano dagli stereotipi turistici. Non ci sono soltanto paesaggi perfetti e tramonti da cartolina, ma persone, imperfezioni, situazioni grottesche, dettagli apparentemente insignificanti e momenti che, proprio perché autentici, diventano straordinariamente fotografici.
La ricerca di Percoco nasce infatti dall’osservazione della vita di tutti i giorni e dei luoghi ai quali è legato, trasformando la memoria personale e il territorio in materia fotografica.
Il flash che non chiede permesso
Uno degli elementi più riconoscibili della sua estetica è l’uso della luce diretta e del flash.
Una luce spesso violenta, frontale, quasi accecante, che non cerca necessariamente di rendere la scena più bella. Al contrario, la rende più fisica.




Il flash congela i soggetti, accentua le superfici, fa emergere la pelle, i colori degli abiti, gli oggetti e ogni piccolo dettaglio presente nell’inquadratura. Le ombre diventano nette, i volumi più evidenti e la fotografia acquista una dimensione quasi cinematografica.
È una luce che non nasconde.
E proprio per questo contribuisce a creare quella sensazione di realtà esasperata che caratterizza molte delle sue immagini: il quotidiano sembra improvvisamente più intenso di quanto lo ricordassimo.
Colori saturi, corpi e materia
Se il flash è una delle sue armi, il colore è probabilmente la sua firma.
Rosso, giallo, blu, verde, arancio: nelle fotografie di Percoco il colore non è semplicemente una componente estetica, ma diventa materia narrativa.
I colori sembrano spesso uscire dai bordi dell’immagine, contribuendo a costruire una realtà più intensa, quasi iperrealistica. È un approccio che ha portato alcuni critici a mettere in relazione il suo lavoro con la tradizione della fotografia a colori americana, da William Eggleston a Stephen Shore, oltre che con altri autori della fotografia contemporanea.
Ma sarebbe riduttivo fermarsi alla questione cromatica.
Nelle sue immagini sono soprattutto i corpi e la materia a diventare protagonisti: pelle, carne, capelli, frutta, tessuti, muri, oggetti quotidiani. Tutto può diventare interessante se osservato abbastanza a lungo.
È una fotografia fisica, spesso carnale, che non teme l’eccesso e non cerca necessariamente l’eleganza.
Una fotografia senza giudizio
Uno degli aspetti più interessanti del lavoro di Percoco è il rapporto con le persone fotografate.
A una prima osservazione, alcune immagini potrebbero ricordare la fotografia ironica e dissacrante di Martin Parr. Ma Percoco ha più volte preso le distanze da questa interpretazione, sottolineando la differenza tra il guardare una situazione dall’esterno e il sentirsi parte di quella stessa realtà.
Il suo sguardo non sembra voler mettere alla berlina i soggetti.
Piuttosto, sembra immergersi nella situazione.
È una differenza fondamentale: non fotografare “gli altri”, ma fotografare un mondo al quale si appartiene.
Da questa prospettiva, anche ciò che potrebbe apparire bizzarro, volgare, kitsch o eccessivo assume una propria dignità visiva. La fotografia non deve necessariamente correggere la realtà: può semplicemente mostrarla nella sua complessità.
La teatralità del quotidiano
C’è qualcosa di teatrale nelle immagini di Percoco.
Persone comuni sembrano improvvisamente diventare personaggi. Una spiaggia può trasformarsi in un palcoscenico, una festa di paese in una scena cinematografica, un pranzo in famiglia in una rappresentazione collettiva.
Eppure non sembra esserci bisogno di costruire la scena.
La fotografia nasce dall’attesa e dalla capacità di riconoscere il momento in cui tutti gli elementi si combinano.
È quella che Percoco ha definito, in passato, la “teatralità del quotidiano”: la capacità di riconoscere nel reale qualcosa che normalmente attraversiamo senza osservare.
Dal telefono alla scena internazionale
La storia fotografica di Percoco è particolarmente interessante anche per il rapporto con la tecnologia.
Il suo percorso è iniziato con un iPhone e con la pubblicazione delle immagini su Instagram. Il telefono, inizialmente uno strumento semplice e immediato, gli ha permesso di fotografare con discrezione e di muoversi all’interno delle situazioni senza attirare troppo l’attenzione.



Quello che poteva sembrare un limite tecnico è diventato parte del suo metodo.
La qualità tecnica assoluta non è il centro della ricerca. Prima vengono l’intuizione, la sensazione e il momento.
Da Instagram il lavoro di Percoco è progressivamente arrivato a mostre, libri e pubblicazioni internazionali. Le sue fotografie sono state pubblicate, tra gli altri, da The New Yorker, Vogue Italia, Rolling Stone e D – la Repubblica, mentre il suo percorso espositivo comprende importanti realtà italiane ed europee.
Guardare meglio ciò che abbiamo davanti
Forse è proprio questo il punto più interessante della fotografia di Piero Percoco.
Non ci insegna necessariamente a cercare posti nuovi.
Ci insegna a guardare meglio quelli che abbiamo già davanti.
Una persona seduta al mare. Un gruppo di amici. Un corpo disteso al sole. Un frutto. Una parete colorata. Una festa. Un oggetto fuori posto.
Elementi che normalmente attraversiamo senza soffermarci possono diventare, attraverso il suo sguardo, immagini potenti.
Il suo lavoro dimostra che per realizzare una fotografia personale non è sempre necessario andare lontano. A volte basta conoscere profondamente il proprio territorio, frequentarlo, osservarlo e soprattutto continuare a fotografarlo.
Perché il quotidiano, quando viene osservato con sufficiente attenzione, non è mai davvero ordinario.
E nella Puglia di Piero Percoco, quella normalità prende colore, esplode sotto il flash e diventa qualcosa di completamente diverso: un piccolo teatro umano, surreale e profondamente reale allo stesso tempo.





Le foto presenti in questo articolo sono di proprietà del fotografo Piero Percoco

